Monte Carlo - Opéra Garnier: Ariodante

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  Data dello spettacolo: 28 Feb 2019

  Ariodante

  Cecilia Bartoli

  Ginevra

  Kathryn Lewek

  Lurcanio

  Norman Reinhardt

  Polinesso

  Christophe Dumaux

  Il re di Scozia

  Peter Kàtmàn

  Dalinda

  Sandrine Piau

  Odoardo

  Kristofer Lundin

  Direttore

  Gianluca Capuano

  Regia

  Christof Loy

  Scene

  Johannes Leiacker

  Costumi

  Ursula Renzenbrink

  Coreografie

  Andreas Heise

  Maestro del coro

  Stefano Visconti

  Les Musiciens du Prince, Coro dell'Opéra di Monte Carlo

  Produzione del Festival di Salisburgo

  Dopo i calorosi apprezzamenti ricevuti due anni fa al Festival di Salisburgo, la produzione a firma di Christof Loy dell’“Ariodante” di H?ndel è approdata sui lidi già assolati dell’Opéra di Monte Carlo. Il principato monegasco condivide, insieme alla città mozartiana e a Zurigo, dei benefici artistici derivanti dall’assidua presenza di Cecilia Bartoli. A Monaco, in particolare, la cantante si è fatta promotrice della nascita del complesso barocco Le musiciens du Prince che stanno mietendo consensi in tutt’Europa (quest’anno l’ensemble concluderà una tournée iniziata lo scorso anno tra la Svizzera, il Lussemburgo, il Belgio, l’Olanda, la Francia, l’Austria, l’Italia e la Germania).

  Per “Ariodante”, adattamento anonimo della “Ginevra Principessa di Scozia” di Antonio Salvi, Christof Loy ha immaginato un accostamento all’“Orlando” di Virginia Woolf. Il richiamo al romanzo, esplicitato da brevi e lapidarie citazioni all’inizio del primo e del terzo atto, si è concretizzato in un percorso di graduale trasformazione della coppia protagonista. Nel dispiegarsi della vicenda, incentrata sull’inganno amoroso ordito dal perfido Polinesso duca d’Albany, il valoroso e battagliero cavaliere Ariodante vive un’esperienza di crescita al termine della quale giungerà ad una nuova identità, interamente al femminile. Parallelamente anche Ginevra è destinata a un percorso che la porterà ad avvicinarsi alla natura guerriera del suo amato.

  Nell’ardita intuizione del regista non abbiamo avvertito la volontà di calcare la mano sugli scottanti e attuali temi transgender, ma piuttosto l’interesse per un’analisi introspettiva dei personaggi. Alla festosa conclusione delle peripezie e alla morte di Polinesso tutti i protagonisti si troveranno, infatti, in qualche modo mutati: Ginevra perderà i capricciosi e infantili vezzi per giungere ad una matura consapevolezza, Dalinda si libererà dai complessi di un amore distruttivo per Polinesso e il Re di Scozia scoprirà un sincero dialogo con la propria figlia. Nella progressiva mutazione della coppia Ariodante – Ginevra possiamo forse trarre anche la morale che ogni sentimento, temprato dalla maturità, comporta la perdita di qualcosa della propria personalità originaria per un rinnovamento che si apre sull’altro.

  A differenza di altri lavori musicati da H?ndel, il libretto dell’“Ariodante” è lineare e non divaga su trame secondarie per concentrarsi piuttosto sul tema centrale dell’opera, l’inganno di Polinesso per carpire l’amore di Ginevra. Da notare come anche la musica di H?ndel, in modo piuttosto inconsueto, si conceda qui aperture descrittive (come all’inizio del secondo atto nella breve sinfonia che accompagna il sorgere della luna) e lasci spazio a tre stupendi balletti in chiusura di ogni atto (splendidamente resi dalla coreografia di Andreas Heise).

  Con un attento lavoro su una recitazione il più possibile dinamica e naturale, elementi preziosi per dare plausibilità alle numerose arie tipiche dell’opera seria barocca, Christof Loy ha garantito la scorrevolezza di uno spettacolo la cui durata complessiva ha superato le quattro ore. Per le scene Johannes Leiacker ha ideato fondali ispirati alla pittura di paesaggio di Claude Lorrain racchiusi da una prospettiva di immacolate pareti impreziosite da sobrie boiserie. Spazi chiusi perfettamente delineati dalle luci di Roland Edrich.

  I costumi di Ursula Renzenbrink hanno proposto un mix tra le epoche dell’“Orlando Furioso”, dal quale è tratta la vicenda, il Settecento e la contemporaneità. Se l’elegante severità dei vestiti odierni ha giovato nel dare consistenza ad un personaggio solitamente secondario come Dalinda (grazie anche alla straordinaria prova di Sandrine Piau), per il sovrano e l’entourage regale hanno un po’ penalizzato nella resa quella che Carlo Majer definiva “il lusso musicale” della partitura H?ndel.

  Coperto il volto di una virile barba sino alla trasformazione in donzella nell’ultimo atto, Cecilia Bartoli ha dominato il palcoscenico. La cantante ha aderito alla lettura del regista che vede in Ariodante, all’inizio, un cavaliere ancora infantile, dominato unicamente dalla smania bellicosa e dai sentimenti amorosi per Ginevra. L’esuberanza scenica della Bartoli è andata di pari passo con quella vocale e l’artista ha sciorinato i vorticosi vocalizzi con la maestria che anche i suoi detrattori le riconoscono. Le capacità virtuosistiche della cantante le hanno consentito di concedersi sketch come la spassosa freddura a tema alcoolico durante le agilità di “Con l’ali di costanza” o la disinibita fumata di un sigaro nella radiosa baldanza di “Dopo notte atra e funesta”. Oltre a tali straordinarie qualità tecniche, la Bartoli ha garantito una costante adesione agli stati d’animo del personaggio trovando colori e accenti sempre appropriati. Complici forse l’essenzialità e la funzionalità del libretto, si nota tra l’altro come, a differenza di altri lavori, in quest’opera H?ndel ha indagato gli stati d’animo dei personaggi uscendo, almeno in parte, da quella poetica degli affetti tipica dell’opera seria. La Bartoli ha colto questa peculiarità riuscendo ad enucleare magnificamente i tratti più riflessivi dell’eroe.

  Per Ginevra Kathryn Lewek ha espresso toni intensi e convincenti nei momenti patetici (come ad esempio in “Io ti bacio, o mano augusta”). Oltre ad una felice freschezza scenica, specialmente nelle pagine spensierate del primo atto, il soprano ha mostrato la bellezza di un canto cristallino, capace di caricarsi di incisività nelle pagine dal piglio maggiormente drammatico. Superlativa la prova di Sandrine Piau la quale, con intelligenza interpretativa, ha dato singolare profondità ai tormenti di Dalinda. Il suo canto preciso, elegante nell’emissione e perfettamente omogeneo ha dato rilievo alla fanciulla dilaniata da un sentimento funesto per il duca d’Albany. Non da meno è stato il controtenore Christophe Dumaux nel ruolo del viscido e calcolatore Polinesso. Il cantante ha rivelato magnificamente non solamente la superbia e la cruda violenza del duca d’Albany ma anche quella sua insinuante e melliflua natura seducente che gli consentiranno di ordire l’inganno. Il cantante ha dispiegato un canto magnifico, fermo e omogeneo sia nel falsettone che nei suoni di testa.

  Buone le prova del Re di Peter Kàtmàn (sincero e toccante nella straordinaria aria “Invida sorte amara”), di Norman Reinhardt (Lurcanio) e di Kristofer Lundin nel ruolo di Odoardo. Alla guida degli eccellenti elementi di Les Musiciens du Prince, Gianluca Capuano ha mirabilmente cesellato la forza drammatica e tragica dell’opera, lasciando allo stesso tempo spazio a un’intenzione di tenerezza e dolcezza nelle parti più patetiche (nel secondo e terzo atto). Precise le voci del Coro dell’Opéra preparate da Stefano Visconti. Al termine, il pubblico, attentissimo ed educato (il suono dei cellulari in sala pare essere una prerogativa del nostro Paese), ha tributato un’accoglienza trionfale a tutti gli interpreti.

  La recensione si riferisce alla recita del 24 Febbraio 2019.

  Lodovico Buscatti